Chi è il vero Marco Giordano, storia dell’ispettore Roberto Mancini morto nel 2014

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Io non mi arrendo è la fiction con Beppe Fiorello ispirata alla storia vera dell’ispettore Roberto Mancini. Ecco tutto quel che c’è da sapere su di lui. 

Giuseppe Fiorello, uno dei volti di punta delle fiction Rai, è l’attore protagonista della miniserie del 2016 Io non mi arrendo nei panni di Marco Giordano, un giovane ispettore di provincia che insieme a un gruppo di collaboratori scopre un traffico di rifiuti tossici sversati nelle discariche abusive dall’avvocato Gaetano Russo con il lasciapassare di Don Antonio Pomarico. Marco Giordano è in realtà Roberto Mancini: conosciamolo più da vicino.

Ritratto di Roberto Mancini

Roberto Mancini è il poliziotto della Criminalpol noto per essere stato il primo agente che con la sua squadra ha indagato sullo sversamento illegale di rifiuti speciali e tossici nei territori della Campania noti come “terre dei fuochi”. Nato a Roma il 27 luglio 1960, ha frequentato il Liceo Ginnasio Statale Augusto della Capitale, dove ha collaborato con il collettivo studentesco di estrema sinistra. Per i suoi ideali politici è stato soprannominato “il poliziotto comunista” o “il poliziotto con il Manifesto“. Dopo il diploma, nel 1980 si è arruolato nella Polizia di Stato.

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Dal 1994, insieme alla sua squadra, Roberto Mancini ha cominciato a svolgere delicate indagini sul clan dei Casalesi, fino a una preziosa informativa che nel 1996 ha consegnato alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli. L’indagine ha visto coinvolto l’avvocato Cipriano Chianese, principale intermediario tra le aziende e i Casalesi nello smaltimento illecito di rifiuti pericolosi nelle discariche abusive tra Caserta e Napoli.

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Dopo anni di indagini ostacolate e il trasferimento dello stesso Mancini, il pubblico ministero Alessandro Milita ha riaperto il fascicolo convocando Mancini a testimoniare nel processo per disastro ambientale e inquinamento delle falde acquifere in Campania. Tra i principali imputati il “broker dei rifiuti”, l’avvocato Cipriano Chianese. Nel 2002, i medici gli hanno diagnosticato un linfoma non-Hodgkin, probabilmente formatosi a causa del contatto ravvicinato con rifiuti tossici e radioattivi durante la sua attività investigativa. Il comitato di verifica del Ministero della Finanze gli ha riconosciuto un indennizzo di 5.000 euro giudicati dallo stesso Mancini insufficienti a coprire anche solo le spese per cure mediche.

Il 2 giugno 2010 Mancini è stato nominato Cavaliere al merito della Repubblica Italiana e gli è stata conferita la Medaglia d’oro al valore civile “per l’essersi prodigato, nell’ambito della lotta alle ecomafie, con straordinario senso del dovere ed eccezionale professionalità nell’attività investigativa per l’individuazione, nel territorio campano, di siti inquinati da rifiuti tossici illecitamente smaltiti. L’abnegazione e l’incessante impegno profuso, per molti anni, nello svolgimento delle indagini gli causavano una grave patologia che ne determinava prematuramente la morte. Mirabile esempio di spirito di servizio e di elette virtù civiche, spinti fino all’estremo sacrificio”.

Roberto Mancini è morto a Perugia il 30 aprile 2014, lasciando la moglie e una figlia. Al suo funerale, che si è tenuto a Roma presso la basilica di San Lorenzo al Verano, hanno partecipato numerosi rappresentanti della Polizia di Stato e il parroco del rione Parco Verde di Caivano, don Maurizio Patriciello.